Quando l’avventura non si misura in chilometri, ma nelle emozioni. Ci sono escursioni che si ricordano per la fatica, altre per il panorama.
E poi ci sono quelle che, quasi senza accorgertene, finiscono dritte nel cassetto dei ricordi, ma che meritano comunque di essere ricordate. Come quella che stiamo per raccontare…
Sembrava una passeggiata
A guardarla sulla carta sembrava una delle uscite più tranquille degli ultimi mesi: pochi chilometri, poco dislivello, una passeggiata quasi rilassante.
Illusione…
Perché la montagna ha un vizio. Ama sorprendere.
La sveglia, questa volta, non è stata particolarmente cattiva.
La destinazione è la Grotta dello Scalandrone, nel territorio montano di Giffoni Valle Piana: un’enorme cavità carsica scavata dall’acqua all’interno dei Monti Picentini. Un luogo poco conosciuto dal grande pubblico ma spettacolare, dove il silenzio della montagna lascia spazio al respiro profondo della terra.
Il punto di ritrovo è l’ex Caserma Forestale. Ma prima c’è da recuperare la mitica Pina. Missione compiuta.
Dietro di noi, come un’ombra fedele, compare anche il leggendario Conte Uguccione, rigorosamente in scooter. Quando si è presentato al bar non sapeva di avere davanti a sé SKORPION… e sa benissimo a cosa mi riferisco.
Ormai è impossibile immaginare certe domeniche senza questi personaggi.
Le vere padrone della montagna
Impostiamo il navigatore. Ed inizia già la prima avventura.
La strada che sale verso la caserma sembra uscita da un vecchio film.
Tornanti stretti. Asfalto sconnesso. Buche grandi abbastanza da meritare un nome proprio… e qualche maledizione.
Le auto arrancano in prima marcia, i motori lavorano sotto sforzo e ogni curva sembra chiedere il permesso a quella successiva.
Come se non bastasse, le vere padrone della montagna oggi sono loro: le mucche, placide, maestose e per fortuna immobili.
Si piazzano in mezzo alla carreggiata con quella serenità tipica di chi sa perfettamente che il mondo può aspettare.
E infatti aspettiamo. Con pazienza. Perché in montagna il tempo ha un ritmo diverso.
La famiglia itinerante
Arriviamo finalmente nei pressi della Caserma Forestale.
Ci sono già molte auto. Si cominciano a rivedere gli amici di sempre.
Abbracci. Battute. Le solite fotografie.
La sensazione è sempre la stessa.
Più che un gruppo di trekking, una grande famiglia itinerante.
Arriva anche il nostro timoniere, Pasquale, il Re degli Irriducibili.
Alle undici in punto circa sessanta persone iniziano lentamente a muoversi lungo il sentiero.
L’inizio è quasi ingannevole. Bosco fresco. Sentiero morbido. Pendenza modesta.
Qualcuno già pensa: “Oggi è una passeggiata…”
Aspettate. La montagna sorride sempre prima di cambiare le regole del gioco.
La discesa verso il buio
Ed eccola: una lunga ringhiera di ferro.
Il terreno cambia improvvisamente. La discesa diventa ripida. Le rocce sono lisce. Le foglie coprono gli appoggi.
L’ultimo tratto richiede concentrazione.
Io e Massimo decidiamo spontaneamente di fermarci. Una mano dopo l’altra aiutiamo chi arriva.
Basta un piede messo male. Una distrazione. Un attimo. E il rischio di cadere è concreto.
Fortunatamente tutti superano il passaggio senza problemi.
Poi, finalmente, compare lei: l’imboccatura della Grotta dello Scalandrone.
È enorme, oscura, silenziosa. Sembra l’ingresso di un altro mondo.
Una corrente d’aria fredda esce dalle profondità come il respiro della montagna.
Qualcuno si affaccia, guarda giù, ci ripensa. Il fondo è scivoloso, viscido e pericoloso.
La corda viene tesa. Uno alla volta iniziamo la discesa. Le mani strette sulla corda iniziano a bruciare leggermente per il dolore.
Le lampade frontali tagliano il buio. Il rumore delle voci diventa ovattato. La temperatura cala improvvisamente. L’umidità ti avvolge.
È come entrare nelle viscere della Terra.
Una cattedrale naturale
Raggiungiamo il fondo. Davanti a noi scorre un piccolo fiume.
Lo attraversiamo.
Poi iniziano rocce enormi, lisce come marmo, modellate dall’acqua.
Sembriamo davvero una spedizione di Indiana Jones.
Ogni passo richiede equilibrio. Ogni appoggio va scelto con attenzione.
Vedo Anna un po’ incerta. Le sorrido. “Vai avanti… fidati”.
Quello che ci aspetta vale davvero il prezzo del biglietto.
E infatti, all’improvviso, la grotta si apre.
Compare un piccolo lago sotterraneo. Una cascata. Una minuscola spiaggia di sabbia.
L’acqua riflette le luci delle torce trasformando la grotta in una cattedrale naturale.
Per qualche minuto nessuno parla. Si ascolta soltanto il rumore dell’acqua.
Sono quei momenti in cui la natura ti ricorda quanto sia infinitamente più grande di noi.
Le fotografie non potranno mai raccontare ciò che gli occhi hanno visto.
L’imprevisto
Poi arriva il momento più delicato. La risalita.
La corda viene nuovamente tesa.
“Appoggiatevi sulla destra…” “Con calma…” “Uno alla volta…”
Le indicazioni si rincorrono. Tutto procede bene.
Finché… “Aooo!”
Un rumore secco. Gaetano scivola.
Per fortuna riesce a fermarsi, ma il piede subisce una brutta torsione.
Quando lo ritrovo fuori dalla grotta è disteso a terra. Dolorante.
Successivamente sapremo che è stato accompagnato in ospedale per accertamenti.
Da parte mia, e credo di interpretare il pensiero di tutti gli Irriducibili, gli mando un forte abbraccio con l’augurio di rivederlo prestissimo sui sentieri.
Il Telo Magico
Ma la giornata non è ancora finita. Anzi, sta per iniziare uno dei riti più attesi.
Il pranzo.
Ed eccolo comparire. Il leggendario Telo Magico.
Lo chef ufficiale, Leonardo, apre le danze.
Nel giro di pochi minuti il telo si trasforma nel ristorante più esclusivo dei Monti Picentini.
Naturalmente, ingresso consentito solo senza scarpe.
Sul menù troviamo: pizzette, tramezzini, polipo, parmigiana, uova sode, panini, dolci, vino e, naturalmente, l’immancabile finocchietto.
Altro che ristorante stellato. Questa è una Pasquetta itinerante.
Il lusso di rallentare
Finito di mangiare, mi appoggio un momento.
Il rumore continuo del ruscello. L’ombra degli alberi. Una brezza leggera.
Chiudo gli occhi. Solo cinque minuti… Così penso.
Quando li riapro è passata quasi mezz’ora.
Ma la sorpresa più bella è un’altra. Non sono l’unico.
Attorno a me una quindicina di Irriducibili giace profondamente addormentata.
Chi con le mani dietro la testa. Chi abbracciato allo zaino. Chi completamente in coma.
Una scena meravigliosamente comica.
E penso che anche questo sia trekking.
Non significa soltanto salire montagne. Significa imparare a rallentare, ascoltare il vento e ridurre il tempo all’essenziale.
L’ultimo colpo di scena
Le ore scorrono senza accorgercene. Sono quasi le diciotto. È tempo di tornare.
Ma gli Irriducibili hanno ancora un ultimo colpo di scena.
Tappa obbligata in un bar di Giffoni.
Granite. Birre fresche. Qualcuno sceglie perfino un Aperol Spritz.
Le ultime risate. Gli ultimi brindisi. Le ultime fotografie.
Poi ciascuno torna verso casa.
Riflessione finale · SK007
La vera avventura non si misura in chilometri.
Ogni domenica mi convinco sempre di più che questi diari non servano soltanto a raccontare un’escursione.
Servono a fermare il tempo. A dare valore ai dettagli che altrimenti andrebbero perduti.
Un sorriso. Una mano tesa. Una corda afferrata nel momento giusto. Un sonnellino condiviso. Una risata davanti a un bicchiere di vino.
Oggi abbiamo camminato poco. Abbiamo sudato meno del solito. Ma abbiamo vissuto tantissimo.
Perché la vera avventura non si misura in chilometri. Si misura nelle emozioni che portiamo a casa.
E oggi gli Irriducibili sono tornati con lo zaino pieno di quelle che pesano meno di tutte: i ricordi.
La vita è fatta di grandi imprese. Ma sono i piccoli dettagli ad avere il coraggio di diventare eterni.
SKORPION · SK007
Diario dell’escursionista
5 luglio 2026 · Grotta dello Scalandrone